Interessante articolo di Laura Petrella su Design del “Corriere della Sera” di martedì 20 novembre. Tema: le città del futuro, motori di sviluppo. Il filo del ragionamento parte da una constatazione: oltre la metà della popolazione mondiale vive nelle grandi città, che consumano il 70% dell’energia e producono il 75% dei gas a effetto serra. “Ma i loro edifici, spazi, sistemi organizzativi – dice l’articolo – possono rappresentare la soluzione a questi problemi”.
Come? Alcune metropoli hanno dimostrato la capacità di innovare e migliorare le condizioni di vita pur ospitando grandi quantità di persone in spazi ridotti. Per il futuro l’imperativo categorico sarà, infatti, creare spazio abitativo per nuovi residenti all’interno della città esistente, invece che espandere le periferie. E questo per un obiettivo prioritario, cioè la necessità di non consumare suolo. E anche perché, come sostiene Laura Petrella, “una città poco densa non può avere un trasporto pubblico efficiente…”. La compattezza urbana richiede senza dubbio sufficienti quantità di spazi pubblici e verdi, ben connessi e integrati, a compensazione della inevitabile densità residenziale.
Ecco alcuni esempi proposti nel pezzo:
• Manhattan ha il 35% di spazio per strade urbane, e di questo circa il 45% è per i pedoni (marciapiedi). Lo spazio per le biciclette è aumentato esponenzialmente, e così quello per gli autobus. E New York ha il tasso di proprietà di automobili private più basso degli USA”.
• A Bogotà si fa largo l’idea di città come ecosistema che promuove forme urbane le quali richiedono minore intensità di risorse, proteggono (e integrano) le terre agricole, valorizzando le «infrastrutture verdi».
• La città di Hangzhou, in Cina, con oltre 8 milioni di abitanti, ha recuperato aree verdi e rive fluviali per assicurarsi protezione dalle inondazioni, accesso all’acqua potabile e cibo.
• Città del Capo, in Sudafrica, ha calcolato i benefici economici degli investimenti a protezione dei sistemi naturali, dimostrando l’utilità delle spese in conservazione.
“Nei paesi industrializzati – conclude l’articolo – molto del dibattito ambientalista si è concentrato sui comportamenti individuali, mentre grandi infrastrutture e tecnologie sono state messe in discussione senza rivedere il nostro rapporto con le città e il modo di costruire ed abitare il territorio diffusosi dal dopoguerra in poi”.

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