Se vogliono crescere in maniera significativa, recuperando una parte del divario del Mezzogiorno, Puglia e Campania possono giocare la carta dell’integrazione fra i settori produttivi trainanti. Devono cioè cominciare a pensare alla maniera di una macroarea che pone al centro l’obiettivo della coesione e manda in soffitta i campanilismi. Ne è convinto Massimo Deandreis, direttore di Srm, il centro studi collegato al gruppo Intesa San Paolo, autore ogni anno del Check up Mezzogiorno e di varie ricerche, tra cui fondamentale quella sullo stato dell’economia nell’area mediterranea. Per il presidente dell’associazione italiana economisti d’impresa, Puglia e Campania sono il motore dell’economia meridionale poiché “producono 165miliardi diPil, unvaloreben superiore a quello di interi Stati dell’Unione Europea come Ungheria o Romania”. E con una crescita del Pil finalmente marcata. In particolare in Campania, che si sta dimostrando “la vera locomotiva del Mezzogiorno”. Ecco i risultati:

Nell’articolo pubblicato il 6 gennaio 2018 dal Sole 24 ore (pagine 1-8), Deandreis fa riferimento a una recente ricerca realizzata da Srm, in collaborazione con la Fondazione Matching Energies, presentata in occasione dell’ultimo appuntamento del ciclo Casa Corriere (14 dicembre 2017), alla presenza del ministro per la Coesione territoriale Claudio Devincenti e del presidente della Fondazione Matching Energies Marco Zigon. Lo studio ha messo in risalto che tra Campania e Puglia esistono forti complementarietà dei rispettivi tessuti produttivi. “Se osserviamo – spiega Deandreis – indicatori quali il valore aggiunto, l’export, il numero di imprese e il numero di addetti nei settori manifatturieri più importanti di queste due regioni (automotive, aeronautico, abbigliamento, agroalimentare e farmaceutico) vediamo che entrambe le regioni hanno tassi ben superiori alla media nazionale a dimostrazione della comune specializzazione produttiva”.

Ma secondo il direttore di Srm c’è un altro dato ancora più interessante su cui ragionare. Riguarda l’interconnessione tra le filiere competitive, nelle due regioni, per valore aggiunto e innovazione tecnologica. Deandreis fa l’esempio delle supply chain del settore aeronautico e farmaceutico. Ecco cosa emerge:

 

E siccome tassi simili li troviamo anche per il settore dell’automotive, dell’agroalimentare e dell’abbigliamento, ne consegue che “i due tessuti produttivi di Campania e Puglia, oltre a essere simili, sono fortemente integrati nelle catene della subfornitura”.

Ma il punto è un altro. Questa favorevole tendenza che si esprime spontaneamente nelle dinamiche di mercato non è preceduta né accompagnata in modo sistematico da scelte integrate e coordinate tra le amministrazioni regionali. Le stesse forze produttive rispondono a logiche locali e non di area, come se nel giorno d’oggi la dorsale degli Appennini sia ancora da ritenere una barriera insormontabile. Una scelta non in linea con l’esigenza di un recupero veloce del divario con il Nord, su cui si basa ogni prospettiva di rilancio della competitività italiana.

Per Deandreis non si realizzerà una seria prospettiva di crescita duratura senza una necessaria una maggiore integrazione. E questo obiettivo non è conseguibile senza incisive scelte e strategie infrastrutturali e logistiche. L’economista confida sull’alta velocità/alta capacità Napoli-Bari, in fase di progettazione e realizzazione, per cambiare il rapporto tra Napoli e Bari. E afferma che solo collegando i porti del Sud adriatico e Sud tirrenico tra loro e con le rispettive dorsali verso Nord “si può… fare del Sud Italia una vera piattaforma logistica di cui tanto si parla”. E conclude: Non è utopia e non richiede riforme costituzionali pensare che Regioni e forze produttive discutano e attuino politiche concordate e sinergiche (pensiamo ad esempio alla programmazione dei fondi strutturali) favorendo così una forte accelerazione della crescita e dello sviluppo. Per dare slancio e sostenibilità alla crescita c’è bisogno di meno campanili e più coesione”.

Condividi su