GIUSEPPE BERTA

“… Quale può essere la reazione, nel Sud, alla notizia, riportata martedì scorso da questo giornale, che il 9o% dei flussi d’investimento sollecitati da Industria 4.o sono andati alle aree più forti del Paese?

… La governabilità dell’Italia non è soltanto messa a rischio da dinamiche della rappresentanza politica che stanno subendo un’accelerazione vertiginosa. Dipende in misura crescente dal venir meno dei legami d’integrazione tra la componente maggioritaria del Paese (che appunto sembra dar forma a un almeno embrionale “modello italiano”) e l’altra, quella meridionale e minoritaria, che sta diventando il luogo di massima condensazione dell’intero ventaglio delle nostre contraddizioni. L’esistenza di divari così gravi toglie ogni speranza che si possa arrivare a una sintesi politica.

… Il Paese ha sprecato un’occasione quando era di moda parlare di federalismo, un dibattito inconcludente che ha soltanto rimandato il momento di fare i conti con i problemi più urgenti. Se la politica vuole avere una chance di governare davvero l’Italia, per quella che essa è oggi, e di non disperdere tutte le proprie risorse alla ricerca di successi momentanei, è questa la via da perseguire.

Il Sole 24 ore, 14 marzo 2018, pagina 8

 


FABRIZIO BARCA

“Il Mezzogiorno ha meno occupati, meno Pil pro capite, più ritardi infrastrutturali, più povertà. Ma parliamo di cose che purtroppo erano preesistenti alla recessione il cui impatto, è indiscutibile, qui è stato più pesante che altrove. Ma questo non c’entra nulla con certe analisi del voto che suonano anche mortificanti e ingiuste peri cittadini meridionali. Non è il Sud che ha votato per i 5Stelle o per la Lega: cosa c’entrano ad esempio i voti leghisti nelle Marche con il Sud? E non c’è stata una fuga di giovani anche dal Nord? La verità è che c’è un’Italia dal Nord al Mezzogiorno che ha lanciato un grido di allarme sulle proprie disuguaglianze. Chi parla insomma di un divario Nord-Sud che si è riaperto non sa quello che dice”

Il Mattino, 14 marzo 2018, pagina 1+3

 

MARCO FORTIS

Ma è soprattutto nel Mezzogiorno che l’empatia della politica tradizionale è venuta meno. Però anche da Roma in giù non è affatto vero che tutto è allo sfascio. E non solo perché da anni uno studioso sul campo come Federico Pirro continua a spiegarci minuziosamente, con numeri e casi aziendali alla mano, che il sud non è solo deserto industriale e disoccupazione. Ma anche perché lo stesso Mezzogiorno si è ripreso significativamente dopo la lunga e tremenda crisi del 20092013. Si prenda, ad esempio, il caso della Campania, di cui abbiamo già parlato in un articolo lo scorso gennaio. Partendo dai dati ufficiali Istat del 2016 e se diamo per buone le stime di Prometeia per il 2017, nell’ultimo biennio il pil della Campania è aumentato cumulativamente del 4,6 per cento, cioè più di quello della Germania. Mentre gli occupati tra il terzo trimestre 2013 e il terzo trimestre 2017 sono aumentati in Campania del 7,9 per cento (contro un incremento medio del 4,4 per cento per l’Italia). Ciò per merito di una imprenditoria locale diffusa, nella manifattura, nella portualità, nel commercio e nel turismo che ha beneficiato largamente della politica economica del governo centrale. Il Mezzogiorno si è sentito abbandonato, dicono i politologi e gli analisti del voto. Tuttavia, la verità è che gli stimoli all’economia e al lavoro hanno funzionato anche al sud ma solo dove il tessuto produttivo meridionale era ancora pulsante e in grado di reagire.

IL FOGLIO, 15 marzo 2018, pagina 3

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