“Se poniamo il Sud al centro di una politica di sviluppo, allora è possibile trovare idee comuni al di là degli schieramenti”. E’ con questo auspicio che inizia l’intervista a Stefano Caldoro raccolta da Fulvio Scarlata per il Mattino del 27 giugno 2018 (pagina 29). “Nella nostra proposta – aggiunge l’ex governatore della Campania – il Sud è centrale a cominciare dai referendum che abbiamo proposto: dare poteri alla Regione, sul modello emiliano-lombardo-veneto, e puntare sulla macroregione meridionale per gestire in modo unitario le politiche su sanità, fondi europei, ciclo integrato delle acque, turismo. E quello che fa da tempo il Nord: nella sanità Emilia e Lombardia gestiscono bacini di utenza comuni. Questo è un cambiamento reale che può portare crescita”.

E dopo alcune valutazioni relative agli attuali rapporti fra i partiti, incalza: “L’agenda si deve creare sulle proposte, è lì che si gioca la partita anche dentro gli schieramenti…”.

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A chiarire le posizioni del centrodestra su Sud e sviluppo contribuisce una lettera al direttore di Mara Carfagna, pubblicata nello stesso giorno sempre sul quotidiano di via Chiatamone (pagina 46). Ed è un contributo che pesa, perché viene dalla vice presidente della Camera dei deputati. “Fuori dagli schemi di maggioranza e opposizione – dichiara – è fondamentale aprire un dibattito sui criteri di riparto della spesa pubblica tra Nord e Sud d’Italia” perché i Comuni del Mezzogiorno sono drammaticamente penalizzati. Un esempio? Gli asili nido. In questo campo “vengono assegnati fondi sulla base di quanto hanno storicamente speso (cioè poco), di quale sia l’utenza attuale degli asili (dunque bassa) e di quale sia il bacino imprenditoriale e occupazionale del territorio (deficitario)”.

Così facendo – è il commento di Mara Carfagna – non si realizzerà mai nessun reale obiettivo di convergenza. Il Sud non ha bisogno di politiche assistenziali e di interventi a pioggia, ma di investimenti capaci di stimolare merito, creatività e spirito di iniziativa privata. “Discorso simile – continua – vale per gli investimenti infrastrutturali”.

Si dice (giustamente) che il Sud utilizza poco e male i fondi europei, ma si dimentica spesso che la quota di spesa statale in conto capitale destinata al Mezzogiorno è bassa. “Al Sud – spiega l’ex ministro alle Pari opportunità – vive il 34% della popolazione, ma gli investimenti sono meno del 29% del totale nazionale tanto che i fondi europei finiscono al massimo per compensare il gap esistente a vantaggio del Centro-Nord, non per realizzare l’auspicata convergenza tra le macro-aree del Paese”.

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