Due articoli di Repubblica di mercoledì 26 luglio puntano la lente sul Mezzogiorno oggi. Il primo porta la firma dello storico dell’economia Emanuele de Felice (pagine 1 + 5), plaude al governo Gentiloni: il primo che, dopo venti anni di inoperoso silenzio sul Sud e sulla “eterna questione meridionale”, è impegnato seriamente in un cambio di passo sul Mezzogiorno. Il secondo si connette al precedente, in quanto riferisce di una ricerca di Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno), secondo la quale il divario che si insinua persino nel Piano Industria 4.0 lanciato qualche mese orsino dal ministro Carlo Calenda. Vediamo di cosa parlano.

Credito d’imposta potenziato, zone economiche speciali e impulso al recupero di Bagnoli (la più grande area dismessa dell’intero Sud) sono, secondo Emanuele Felice, il segno distintivo che è in atto una sorta di “ultima chiamata per il Mezzogiorno”, che è ormai “la più grande area sottosviluppata di tutta l’Europa occidentale”, con 20 milioni di abitanti: due volte la Grecia, il doppio del Portogallo.

Felice constata che il Sud Italia è ormai l’ultima (unica) area di esteso sottosviluppo nell’eurozona, dal momento che Spagna, Portogallo, Germania hanno ridotto il divario delle aree interne in ritardo.

Oggi – si domanda il docente all’Università di Barcellona – a che punto è il Mezzogiorno? “L’Italia ha stabilmente agganciato la ripresa – è la risposta -, ma per il Sud il quadro rimane incerto”. Al di là di talune performance positive in agricoltura e nel settore turistico-ricettivo nel biennio 2015-16, non sono sufficienti ad assicurare una ripresa strutturale. Passando poi a settori di solito trainanti, come l’industria manifatturiera, la constatazione è che le difficoltà persistano, come dimostra il Piano «Industria 4.0», che “arranca drammaticamente proprio nel Mezzogiorno, per i deficit strutturali propri di quel tessuto produttivo”.

Considerazioni che si legano, come già detto, a uno studio di due ricercatori Svimez che calcola le ricadute concrete del Piano Industria 4.0 sul sistema produttivo meridionale: solo 650 milioni, sugli oltre 9 miliardi previsti, andranno al Mezzogiorno. Ed ecco le ragioni dell’allarme: anche il Piano Industria 4.0 rischia di contribuire al divide interno italiano.

Stefano Prezioso e Luca Cappellani, i due ricercatori della Svimez, hanno quantificato il fallout del piano del ministro Calenda: «Il Piano industria 4.0 – affermano – potrà generare ricadute aggiuntive quantificabili in quasi lo 0,2% del Pil nel Centro-Nord scrivono i due ricercatori nel Sud tale effetto sarà invece attorno allo 0,03%».

Il fatto è che il sistema produttivo del Centro-Nord è pronto a questa trasformazione, oggi cruciale. Nel Sud l’impatto sarà sì positivo, ma di entità minore perché qui le aziende sono mediamente più piccole e meno pronte all’innovazione tecnologica.

Come rimediare? Secondo la Svimez, accanto alle misure del Piano industria 4.0 ne vanno previste altre, tese ad accrescere le dimensioni del sistema industriale del Sud e possibilmente le sue interrelazioni con i servizi di mercato globali. In mancanza di un intervento di questo genere, si continueranno “a favorire le imprese dell’area più ricca del Paese”.

 

Ecco di seguito alcuni indicatori del “divide” nelle elaborazioni Svimez:

 

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