Nel 2020 compiranno 50 anni. Dopo mezzo secolo, il bilancio che presentano le Regioni, le istituzioni di governo del territorio, è fallimentare sia dal punto di vista della utilità del loro operato che incisività della loro azione. Ne è convinto Isaia Sales, che al tema dedica una analisi sul Mattino del 10 agosto. In sostanza – afferma l’editorialista del quotidiano di via Chiatamone – esse non hanno contribuito in maniera efficace a modificare strutturalmente il divario economico con i territori del Centro-Nord, né dal punto di vista economico che in materia di dotazione infrastrutturale e, soprattutto, qualità dei servizi. Perché è oggettivamente riscontrabile che “nessuna regione meridionale che grazie ai poteri assegnati dal 1970 in poi abbia cambiato radicalmente le condizioni del proprio territorio”, anzi: “le otto regioni meridionali hanno aumentato in questi 50 anni la distanza con l’economia di quelle settentrionali… Aver suddiviso in otto parti un’unica strategia non ha inciso sulla qualità e sull’intensità dello sviluppo produttivo, anzi; il passaggio, ad esempio, di competenze della sanità dallo Stato centrale alle Regioni ha portato alla formazione di ben 20 sistemi sanitari che alla fine hanno riproposto sul piano della salute quelle differenze che già esistevano sul piano della ricchezza”.

In conclusione, richiamando i saggi non recenti dello studioso americano Robert D. Putnam, Sales afferma che le Regioni si sono limitate “ad accompagnare lo sviluppo laddove lo sviluppo già c’era”, senza determinarlo né modificarlo… Si può dire, dunque, che con la nascita delle Regioni è iniziata la stagione della deresponsabilizzazione dello Stato centrale verso i suoi territori più arretrati, una stagione che da allora non si è mai concretamente interrotta”. Quasi una conferma di quanto sostiene Putnam e cioè:

“La riforma regionale ha esasperato, invece che attenuarle, le differenze storiche tra Nord e Sud del paese; ha liberato le regioni più progredite dall’abbraccio soffocante di Roma, consentendo nel frattempo che le piaghe storiche del Sud divenissero purulente.” Il regionalismo si era trasformato in una specie di ratifica del divario e non in uno strumento nuovo per superarlo”.

E proseguendo nella diagnosi del regionalismo al Sud, ecco due soluzioni che potevano evitare molti errori:

  1. Si poteva mantenere benissimo un coordinamento permanente tra le otto regioni fin dall’inizio e non lo si è fatto. Ciò ha contribuito a frammentare la questione meridionale in otto questioni territoriali… La resistenza dei presidenti delle regioni a costituire uno stabile coordinamento tra di loro è stato l’errore politico più grave di questi 50 anni di regionalismo. Errore che si perpetua ancora oggi.
  2. Il secondo errore è stato quello di sottovalutare l’importanza delle infrastrutture sociali e dei servizi rispetto a fantasiosi e velleitari programmi di sviluppo regionali. E’ un errore strategico, infatti, pensare alle Regioni come strumenti istituzionali per creare sviluppo e non per dotare di servizi adeguati e civili le popolazioni amministrate.

In somma – conclude Sales – “dove non c’è lavoro non vuol dire che automaticamente non ci debbano essere servizi. A questo potevano e possono servire le Regioni meridionali. Non ci vuole molto: basterebbe, ad esempio, che la sanità non venisse più gestita dagli amici politici dei governatori”.

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