IL MANIFESTO DELLE TRE E – MEZZOGIORNO FUTURO PROSSIMO

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Economia, Etica, Estetica per lo SVILUPPO: IL CONFRONTO CON YORAM GUTGELD

Castel dell’Ovo – lunedì 9 marzo 2015 – Economisti, sociologi, imprenditori, professionisti, giornalisti ed esponenti della società civile si confronteranno oggi a Napoli (Castel dell’Ovo a partire dalle 15.30) con Yoram Gutgeld, consigliere economico del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, sulle azioni di breve e lungo termine da avviare per trasformare il Mezzogiorno “da vagone di coda a locomotiva” dello sviluppo del Paese. Le relazioni di Domenico De Masi, Massimo Lo Cicero, Paolo Savona, ha visto un intervento di Marco Zigon (link in fondo all’articolo), con il direttore del Denaro, Alfonso Ruffo, nelle vesti di  moderatore. L’iniziativa è promossa dal Denaro e dalla Fondazione Matching Energies nell’ambito della rassegna economica Napoli 2020 ed è una tappa del percorso avviato a giugno dello scorso anno con il Manifesto delle 3E (Economia, Etica, Estetica) e proseguito con tre seminari di approfondimento ai quali hanno partecipato il vicepresidente della Bei Dario Scannapieco (Economia), il presidente dell’Autorità Anticorruzione Raffaele Cantone (Etica) e il fotografo Oliviero Toscani (Estetica).

Alfonso Ruffo: La Questione meridionale è diventata Questione culturale.

Il punto dolente è sempre lo stesso: nonostante la varietà e la qualità del prodotto a nostra disposizione siamo desolatamente carenti di capacità organizzative. Come si potrebbe spiegare in altro modo il cattivo uso, lo spreco, delle bellezze storiche artistiche architettoniche che ci circondano senza che quasi più ce ne accorgiamo? Immersi in un patrimonio che il mondo c’invidia e che altrove frutterebbe una fortuna, ci dedichiamo con impegno costante alla sua distruzione (per ignoranza, stupidità, cattiveria) commiserandoci per avere in sorte una ricchezza individuale la più bassa del Paese e in continua discesa. Come se fosse una condanna definitiva e non ribaltabile.
Ancora una volta appare con evidenza che la Questione Meridionale è diventata una Questione Culturale. Scetticismo, sciatteria, pressapochismo impediscono di affrontare i problemi con la strumentazione giusta e la ferma volontà di risolverli. Ci accontentiamo di passarli in rassegna e riscontrare quanto incompresi siano dal resto del Paese.
Non ignoriamo né sottovalutiamo le oggettive responsabilità che il governo ha nei confronti delle popolazioni meridionali, prim’ancora che delle locali istituzioni, ma vorremmo concentrare l’attenzione su quello che si potrebbe realizzare confidando nella buona volontà delle persone e nello sfruttamento loro intelligenza.
A chi conviene sprofondare nell’abisso economico e civile? Perché rinunciare a un’esistenza dignitosa, se non addirittura luminosa, consegnandoci alla rassegnazione? A chi affidare la difesa delle nostre ragioni se non a noi stessi? E’ giunto il momento (da molto tempo, in verità) che si faccia di necessità virtù.
La proposta di alzare lo sguardo, imparare dai migliori esempi nel mondo, importare e applicare le pratiche che hanno mostrato di funzionare, formare una nuova e moderna classe di amministratori pubblici, creare le condizioni perché il capitale privato possa esprimersi, non è forse rivoluzionaria ma è l’unica possibile nelle condizioni date.
Senza voler sottovalutare l’importanza e l’urgenza di azioni puntuali per la crescita, e chiamare il centro alle sue responsabilità, il Manifesto per un Nuovo Mezzogiorno che presenteremo lunedì 9 marzo a Castel dell’Ovo (tutti i particolari nell’inserto) vorrebbe essere uno schiocco di dita contro l’incantesimo dell’attesa perenne.

Domenico De Masi: Il Sud punti a diventare il luogo di eccellenza del postindustriale.

La dimensione sociologica e culturale della questione meridionale può essere aggredita e risolta solo con una politica che non tenti l’ennesimo pareggio con il Nord ma che, con un colpo d’ala, punti sulla sperimentazione nel Sud di tutte le forme organizzative d’avanguardia, parametrate non sulla declinante società industriale ma sulla nascente società postindustriale. Se il Mezzogiorno mira a pareggiare il Nord, non ce la fa. Occorre che miri a superarlo qualitativamente. Tutti gli interventi per ridurre il gap con il Centro-Nord sono stati esclusivamente economici (come la Cassa del Mezzogiorno e l’intervento della World Bank) hanno inizialmente consentito al Mezzogiorno di migliorare, ma sono puntualmente falliti negli effetti strutturali.

La politica di coesione europea ha svolto e svolge funzioni di tamponamento della situazione, senza sapersi opporre al degrado. Gli interventi di natura culturale sono stati episodici come quello di Adriano Olivetti e dell’Unra-Casas a Matera (1951-1955) e quello di Danilo Dolci in Sicilia (1952-1997); o sono stati bruscamente interrotti come i novanta 90 “Centri di Servizi culturali nel Mezzogiorno” creati e coordinati dal Formez (1967-1972).

Il macchinismo industriale ha creato più posti di lavoro di quanti la tecnologia ne abbia distrutti perché ha sostituito soprattutto cavalli e muli con macchine automatiche. Oggi l’elettronica, l’informatica, le biotecnologie, le nanotecnologie, i laser e i nuovi materiali della società postindustriale provocano uno sviluppo senza lavoro. Finora abbiamo risolto questo problema con i genitori che continuano a lavorare dieci ore al giorno mentre i figli restano completamente disoccupati ed entrambi perseverano nello stesso modello consumistico.

In altri termini, scarichiamo le conseguenze della crisi sui più deboli, sull’equilibrio ecologico e sulle future generazioni. Il risultato è che la torta del lavoro non cresce e non crescerà, mentre i commensali crescono di anno in anno. I rimedi invocati (jobs act e crescita) risolveranno, con tempi lunghissimi, solo una percentuale minima della disoccupazione, mentre il problema consiste in come azzerarla assicurando la piena occupazione. Ma il jobless growth, ossia la capacità di produrre sempre più beni e servizi con sempre meno lavoro umano, che poi si traduce in jobless society, rappresenta anche una grande opportunità per il Sud de-industrializzato. Il Sud, infatti, rappresenta l’area e l’occasione migliore per sperimentare quella riduzione drastica e generalizzata dell’orario di lavoro che Keynes additava come unica soluzione fin dal 1930: la ridistribuzione del lavoro, soluzione che richiede grande molta lungimiranza, molta forza decisionale, ma poco tempo.

Altro esempio le “Navi della conoscenza“ come quelle realizzate a Rio de Janeiro, dove accanto a ogni favela in via di bonifica, è stato riadattato un vecchio edificio dismesso o è stato costruito ex novo un edificio funzionale per farne un luogo aperto 24 ore su 24 per alfabetizzare gli abitanti all’informatica. Persone di tutte le età, anche analfabete, vi trascorrono molte ore al giorno imparando a tele-lavorare, tele-gestire, tele-curarsi, tele-divertirsi. Si calcola che in tre anni saranno introdotte all’uso disinvolto dell’informatica non meno di 8 milioni di semi-analfabeti. Occorre subito collegarci con l’assessorato comunale di Rio che ha creato tutto questo e ripeterne l’iniziativa in innumerevoli sedi del Mezzogiorno.

Lo Cicero: No a ministro per il Sud. Più investimenti in turismo e cultura

L’Europa si rimette in moto, il Nord anche, il Sud rimane ambivalente. Purtroppo la comunicazione italiana valorizza le negatività del Sud e questo ammazza le nostre potenzialità.

Un piano per reagire si sviluppa su tre punti. Primo: Junker e Draghi hanno costruito una macchina che funziona. Noi abbiamo tra i nostri interlocutori la Bei. Se Draghi comprasse anche obbligazioni della Bei noi avremmo qualcosa di più. Dobbiamo saperci agganciare a questa piattaforma.

Secondo: no a un ministro per il Mezzogiorno. Non sappiamo che farcene, non ci serve un protettore per clientele. Abbiamo bisogno di qualcosa di più solido: un ministro del bilancio. Già c’è in pectore ed è Morando. Dovrebbe essere messo nelle condizioni di prendere decisioni continuando a supportare le Pmi, cancellando la spesa inutile per abbassare le tasse e attivando una fiscalità di vantaggio. Vorrei infine che il ministro del bilancio si attivasse per collegare attraverso la Bei la ripresa del Mezzogiorno a quella del Nord. Terzo punto. Cosa si può fare con il piano di investimenti di Junker? Bisogna agire su turismo e attrattori naturali e culturali.

Paolo Savona: Ecco in otto punti la ricetta per lo sviluppo del Sud

Il Pil pro-capite del Mezzogiorno è il 46% di quello del resto d’Italia, quindi potrebbe aspirare a ottenere un “diritto di tiraggio” minimo di 70 mld in 19 mesi che, con un buon parco progetti e un ruolo attivo della Banca d’Italia e del Governo, fornirebbe una capienza finanziaria più che sufficiente per realizzare il programma proposto. Per la messa a punto dei sei interventi si devono creare altrettante task force, avvalendosi della collaborazione delle istituzioni esistenti (Università, Centri Studi, CD, Bei, ecc.).

In breve occorre una mobilitazione generale delle forze vive del Mezzogiorno e del Paese coscienti dell’importanza del problema per un superamento qualitativo dei divari con il Centro-Nord.

Non dobbiamo far mancare gli interventi ordinari necessari per controllare il disagio sociale finché non si riesca a beneficiare di interventi “non ordinari”, ossia innovativi, per certi versi rivoluzionari, rispetto a quelli del passato, che abbiamo individuato in otto categorie. Si va dalla creazione di una Scuola di management turistico e culturale nel sito reale di San Lucio; alla “Tolleranza zero” del tipo sperimentato dal Sindaco Giuliani a New York per la microcriminalità accompagnato da un’azione educativa del cittadino per convincerlo dell’interesse personale al rispetto della “regola della legge. E soprattutto l’elaborazione di un parco progetti che chiuda in rete tutti i servizi del Mezzogiorno con il resto d’Italia e d’Europa collochi la società e l’economia meridionale in un sistema “aperto”.

Riccardo Monti: Il Mezzogiorno riparta dalle eccellenze del made in Italy

Per il Mezzogiorno ci sono oggettive ragioni di speranza, dagli investimenti della Bei agli investimenti che il Governo sta facendo sul made in Italy. Il 30 per cento della popolazione e il 9 per cento dell’export sono un divario insostenibile per il Sud. Per invertire la rotta abbiamo avviato una serie di iniziative con l’utilizzo dei Fondi europei, tra cui il piano export Sud. Il Mezzogiorno ha la grande opportunità di ripartire dalle sue eccellenze, già solo la moda potrebbe dare fiato a buona parte dell’economia. In Italia abbiamo sei industrie forti, abbiamo una domanda moondiale crescente. Con una struttura di supporto possiamo far ripartire il nostro Paese.

Gutgeld: Sviluppo, piano in quattro punti. 9 mld di Fondi Ue, ma il Sud deve imparare a gestirli

Trovo che questa iniziativa sia così forte perché nasce dalla consapevolezza che il problema del Sud non è di qualcun altro ma innanzitutto delle classi dirigenti meridionali.

E’ dagli inizi degli anni ’70 che assistiamo a una gestione inadeguata del Paese. C’è un problema Italia e c’è un problema Mezzogiorno, che sono tra loro strettamente interconnessi, perché la ripartenza del Sud non può avvenire indipendentemente dal resto del paese. Cosa intende fare il Governo e cosa farà nei prossimi anni? Quattro i campi di intervento sui quali lavora l’Esecutivo Renzi. Il primo riguarda le riforme costituzionali e istituzionali. Sono una priorità perché l’Italia è diventata una democrazia che non decide e la riforma del Titolo V non ha fatto altro che aggravare questa situazione. Le riforme le stiamo facendo per risolvere questi problemi, serve una legge elettorale che indichi in modo chiaro un vincitore e un soggetto che risponda delle cose fatte e non fatte.

Il Secondo punto è la lotta alla burocrazia: fisco, giustizia civile e processi, autorizzazioni edilizie.

Poi c’è la Riforma del lavoro e la riduzione delle tasse su chi produce. La legge di stabilità ha introdotto una riduzione delle tasse sul lavoro di 14 mld di euro e una riduzione strutturale del cuneo fiscale di circa il 20 per cento.

Quarto punto è la “spesa pubbica italiana, che in termini nominali è la più bassa d’Europa. Nessun Paese ha fatto tanto quando è stato oggetto di piani europei”. Sul fronte degli investimenti, posso assicurare che le risorse ci sono: Abbiamo 9 mld di fondi europei da spendere sul Mezzogiorno, soldi che negli ultimi anni sono stati molto mal gestiti con progetti piccoli che comportano un enorme costo burocratico e che difficilmente possono fare la differenza. E che oltretutto non ci permettono di spendere davvero. Ci stiamo organizzando per apportare cambiamenti decisivi con l’Agenzia per la gestione dei fondi europei per la Coesione territoriale.

Le otto proposte per il SUD al governo Renzi

1. Creare una Scuola di Formazione della classe dirigente meridionale e riportare il Formez nel Sud, rilanciandolo.

2. Creare una Scuola di management turistico e culturale nel sito reale di San Lucio.

3. Creare “navi della conoscenza” del tipo sperimentato nelle favelas brasiliane per un’azione di educazione, istruzione e formazione per via informatica.

4. Perseguire una “tolleranza zero” del tipo sperimentato dal Sindaco Giuliani a New York per la microcriminalità accompagnato da un’azione educativa del cittadino per convincerlo che è suo interesse personale rispettare la “regola della legge”.

5. Elaborare un parco progetti che chiuda in rete tutti i servizi del Mezzogiorno con il resto d’Italia e d’Europa e collochi la società e l’economia meridionali in un sistema “aperto”. Il bisogno di reti marittime, ferroviarie e informatiche è molto sentito dalla popolazione ed esse sono assolutamente necessarie per abbattere le diseconomie esterne all’operare nel Mezzogiorno.

6. Creare un’Agenzia diretta da un Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che inquadri il parco progetti nell’ambito del Piano Junker e della nuova politica monetaria della BCE (il QE), accompagnandolo con una politica fiscale parametrata ai divari di reddito pro-capite Centro-Nord/Sud, e garantendo la sua finalizzazione all’obiettivo della rimozione dei dualismi produttivi territoriali e settoriali.

7. Attivare lo “sportello unico” più volte promesso che non funga solo da raccoglitore e passacarte delle domande ai poteri decisionali effettivi e frammentati, ma sia il punto di riferimento e di decisione finale di qualsiasi iniziativa economica.

8. Creazione di un Centro di analisi, proposta e verifica del buon funzionamento del credito bancario e finanziario meridionale finalizzato al sostegno dell’attività produttiva nel Mezzogiorno.

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