La bellezza salverà l’impresa – Incontro sull’Estetica con Oliviero Toscani – 11 dicembre 2014

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La bellezza e l’impresa – LE RIFLESSIONI DI TOSCANI E DE MASI

Terzo seminario di approfondimento del Manifesto delle 3 E

Conclusioni di Alfonso Ruffo e Massimo Lo Cicero

 

NAPOLI – 11 dicembre 2014 – Terzo approfondimento del progetto “Manifesto delle tre E” con al centro il ruolo dell’Estetica per salvare Napoli, l’obiettivo prefissato è quello di scuotere l’economia del Mediterraneo partendo dal ruolo centrale di una Napoli positiva, desiderosa di una evoluzione a città metropolitana e di un giusto riscatto. Il dibattito ha tagliato il suo traguardo conclusivo su un quesito cruciale: “La bellezza salverà l’impresa?”. A rispondere ci saranno personalità chiamate ad immaginare orizzonti inediti per il Sud da Alfonso Ruffo, direttore del Denaro, e Marco Zigon, presidente della Matching Energies. Dibattito avvenuto all’Hotel Vesuvio con due ospiti d’onore, il fotografo Oliviero Toscani e il sociologo Domenico De Masi, durante cui si parla di Napoli, dei suoi pregi e dei suoi difetti. Toscani commenta “La bellezza in Italia è influenzata dalla cultura della nostra inciviltà. Certo, esistono delle eccellenze ma il resto? Un disastro. Non sono un pessimista, anzi, ma come uomo di immagine ho sempre avuto a che fare con imprenditori che creavano ostacoli e ponevano limiti. E non c’è nulla di peggio del lavorare senza armonia. Esiste un rapporto diretto tra potere/impresa e arte della comunicazione. Del resto cos’è la bellezza se non comunicazione? Il potere ha bisogno di comunicazione per imporsi e l’arte ha bisogno del potere per potersi esprimere. Senza committenza, con la ‘carta bianca’ non si fa nulla ma è pur vero che le aziende impongono ai creativi di non rischiare, di cercare ossessivamente il consenso, la strada diretta per la mediocrità. Non si può essere creativi, proporre qualcosa di nuovo ed essere contemporaneamente sicuri. Le imprese quindi devono avere il coraggio di scommetere sull’insicurezza altrimenti otterranno una copia del già fatto”. In ogni caso la nostra città conserva una scintilla di vitalità. “A Napoli c’è un indubbio fermento – aggiunge il fotografo – conosco direttamente molti imprenditori partenopei che investono, la città si riprende poco alla volta senza rinunciare alla sua unicità, insomma resta se stessa, si migliora ma non diventa Ginevra, il che sarebbe un disastro. Ma Napoli siamo anche tutti noi italiani, corrotti, corruttori e corruttibili. E, soprattutto, morfologicamente e visivamente vecchi. Sono pochi gli italiani che si guardano allo specchio e si sentono giovani. Siamo vecchi e questa immagine dell’italiano attempato si è diffusa nel mondo, simbolo di uno stato d’animo collettivo, della nostra abdicazione alla bellezza e al futuro mentre continuiamo a parlare del passato. Ci mettiamo il rossetto ma manteniamo le mutande sporche. E Napoli ha tante mutande nascoste da pulire, pensiamoci prima di badare al rossetto. Ognuno di noi deve fare un esame di coscienza e domandarsi: io da che parte sto? Dobbiamo recuperare l’entusiasmo di vivere la bellezza. E sono felice che questa iniziativa nasca a Napoli. L’energia che Napoli ha esportato a New York, la gioia del bello portata dai wop, dagli analfabeti di un tempo, dov’è? Dove è andata a finire? Quanta responsabilità generazionale c’è in tutto questo? Dobbiamo chiedercelo. E dopo la bellezza sarebbe interessante rilanciare un tema più incalzante: l’audacia”. Il mondo, non solo quello imprenditoriale, sarà, in ogni caso, tratto in salvo dalla bellezza. Parola di De Masi che approfondisce l’inafferrabilità del bello. “La bellezza – sottolinea il sociologo – ha una natura ambigua, è insieme rivoluzione e organizzazione. E sette sono gli elementi che incidono sulla bellezza da tradurre in risorsa economica: il clima, i luoghi, i monumenti, i prodotti, i processi di produzione, il fascino, anche fisico, degli abitanti e la qualità di vita. È importante quindi il contesto complessivo in cui emerge la bellezza, la possibilità di mutarla in capitali dipende da tutti questi aspetti. Su molti punti siamo ‘messi bene’, come le bellezze naturali, ma non dobbiamo illuderci perché molte le abbiamo depredate. A Napoli dobbiamo imparare a sfruttare l’essenza del bello, ossia l’organizzazione, nostra enorme carenza. E, soprattutto, a dare coerenza a tutti gli spezzoni di un sistema che diventa bello se ogni sua parte ha un senso, se è stretta in un rapporto organico con il tutto. Gli intellettuali non sono riusciti ad elaborare un modello capace di mettere in unità le varie distonie di Napoli e probabilmente saremo imputati dai nostri nipoti per come sono andate le cose. Negli ultimi dieci anni Napoli è andata dietro di venti punti sullo sfondo della decrescita generale italiana. Dobbiamo puntare – conclude De Masi – sul recupero delle radici localistiche perché occorre sempre associare un prodotto a una storia per decretarne il successo. E diffondere il senso del tempo che la nostra città non possiede affatto, una terribile disgrazia sociologica perché nel mondo globalizzato se un progetto non si favorisce in un luogo, se non si sfrutta il momento giusto, si realizza altrove e rapidamente. Con una consapevolezza: la creatività è capricciosa

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