Alla lettura riduttiva e semplicistica dei dati emersi dall’ultima competizione elettorale oppone una critica severa. Marco Zigon, cavaliere del lavoro e presidente del Gruppo Getra e della Fondazione Matching Energies, propone la propria lettura del voto del 4 marzo. “Se dalle urne esce un Paese spaccato – dice – non lo si deve solo alla domanda assistenziale di chi sogna il salvagente del reddito di cittadinanza”. Industriale del settore energetico, cavaliere del lavoro e componente del consiglio superiore della Banca d’Italia, da alcuni anni Zigon dedica particolare attenzione ai temi dello sviluppo meridionale. Prima con il lancio del Manifesto delle 3 E, poi con l’evento “Scommettere su Napoli”, infine con la presentazione di una ricerca sulle possibili integrazioni sinergiche tra Campania e Puglia, realizzata da SRM e presentata nel dicembre scorso all’allora ministro della Coesione Claudio De Vincenti.

Ingegnere, ha ragione il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia che, a proposito del voto del 4 marzo, ha parlato di una Brexit all’italiana?

Mi sembra una metafora molto efficace. Le elezioni hanno permesso, forse per la prima volta in vasta misura, una rottura con la natura tradizionale del voto del Sud. E’ stato messo un segno sulla pressante e non più contenibile esigenza di cambiamento. La necessità di avere un altro passo. E la volontà di riportare la politica al dovere di fornire una visione e una strategia di medio-lungo periodo di quello che serve per il futuro del nostro Paese

Ma dalle urne non è emersa una maggioranza. Quindi i problemi restano senza soluzione, non è così?

Al Sud il M5Stelle ha ottenuto un successo senza precedenti. Il dato deve far riflettere perché mai nella storia della Repubblica si era assistito a un voto meridionale così netto. Ma ora la campagna elettorale è finita, e il tema da qui in avanti è governare. Ci affidiamo alla capacità del presidente della Repubblica Mattarella di trovare uno sbocco per un esecutivo in grado di rispondere alle esigenze del Paese, prima ancora che alle promesse elettorali.

Qual è la sua idea circa l’attuale condizione del Mezzogiorno?

Il Sud sconta criticità di lungo corso, che la crisi degli ultimi anni ha reso più acuta che mai. Non abbiamo mai messo mano seriamente agli squilibri che fanno dell’Italia il paese europeo con il maggiore divario interno. E di questo siamo tutti responsabili, ciascuno per la sua parte.

Che cosa intende dire? A quali responsabilità allude?

I problemi del Mezzogiorno si siano acuiti negli ultimi anni per effetto principalmente del declino dell’industria, cominciato oltre trent’anni fa con le dismissioni della grande impresa pubblica, a cui non ha fatto seguito una seria politica economica volta al rilancio dell’impresa privata.

Che cosa c’è oggi alla base di questo deficit?

Credo sia inevitabilmente collegato a tre fattori. Carenza di infrastrutture, opacità del sistema della Pubblica Amministrazione, e l’insufficiente diffusione e dimensione delle imprese. Troppo poche per creare quelle sinergie di filiera determinanti per competere sugli scenari globali. E roppo piccole per essere in grado di investire in innovazione.

Da dove si riparte, allora?

Dalle cose buone che comunque sono state fatte negli ultimi anni. Penso ad esempio al Job Acts e soprattutto alle Zone economiche speciali. Non serve a nessuno demolire quanto realizzato. Bisogna invece essere capaci di costruire una profonda innovazione a partire da queste riforme.

Molti osservatori sostengono che dietro la forte apertura al M5stelle, ci sia in realtà la promessa del reddito di cittadinanza. Quanto è pronto alle sfide del cambiamento?

La risposta elettorale del Sud non è figlia soltanto di istanze di protezione basate sul puro assistenzialismo. E’ la risultante di una debole percezione degli effetti di una stagione di cambiamento appena iniziata. E ciò per responsabilità della politica che non ha saputo comunicare agli elettori una persuasiva visione per l’Italia del futuro, di un progetto per il Paese. Ma anche per difetto delle imprese, e degli attori economici in genere, che non hanno trasmesso l’esigenza imprescindibile di imboccare un percorso di trasformazione basato su produttività e competitività a tutti i livelli. Anche noi imprenditori, quindi, abbiamo le nostre responsabilità.

Lo scorso anno la sua Fondazione ha chiuso il programma di attività con una ricerca sulle possibili sinergie produttive tra Campania e Puglia, realizzata dal centro studi di Intesa Sanpaolo Srm. Oggi riparte da lì?

Certo, le nostre iniziative dedicate allo sviluppo economico e sociale ricominciano dai risultati di quella ricerca. E cioè, ancora una volta, dalla necessità – e dalla possibilità concreta – di fare sistema guardando a confini più ampi di quelli locali, mettendo insieme le migliori capacità a disposizione.

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