di Amedeo Lepore*

Le decisioni assunte con il piano di ripresa europeo hanno un valore storico e possono evitare la ripetizione delle occasioni perdute con la crisi del 2008.

Allora la risposta fu ritardata e del tutto inadeguata. Il dibattito aperto su questo giornale da Guido Pescosolido e Gianfranco Viesti ha proposto, a giusta ragione, la “questione meridionale” come scelta di fondo per l’utilizzo delle ingenti risorse destinate all’Italia. A questo riguardo ritorna la lezione del dopoguerra, ma con una variante non irrilevante, che sancisce – come indicava Pasquale Saraceno – l’irripetibilità dei modelli di sviluppo. In quell’epoca si distinse tra la fase della ricostruzione, sostenuta dai finanziamenti del Piano Marshall e diretta soprattutto al ripristino dell’apparato produttivo nel Nord, e la golden age, spinta dall’intervento straordinario della Cassa e dai prestiti della Banca Mondiale, con protagonista principale il Mezzogiorno. Nella sequenza dei fatti economici venne prima la ricostruzione, poi le riforme. Le soluzioni odierne richiamano la gravità della situazione postbellica, ma non possono compiersi come allora in due tempi.

L’attuazione del Next Generation Eu deve promuovere contestualmente la riattivazione del sistema industriale, concentrato nelle aree settentrionali più colpite dalla pandemia, e la realizzazione di nuovi investimenti nelle regioni meridionali, per il riequilibrio dell’assetto produttivo italiano. La reciprocità di interessi tra le due parti del Paese è chiara, comunque la si veda. Assistiamo da diversi anni, infatti, a una “doppia divergenza” tra il Nord e il Sud e tra l’Italia e il resto dell’Europa, che impone l’adozione di una strategia unitaria di crescita. Inoltre, l’interdipendenza sempre più stretta tra le filiere produttive avanzate, come quelle delle 4A, e le connessioni logistiche internazionali del Nord e del Sud richiede una medesima politica nazionale, con misure più intense per il recupero del divario. Tuttavia, se l’obiettivo fondamentale per il rilancio è un incremento assoluto di competitività, va affrontato con risolutezza anche l’aspetto più trascurato, ma al tempo stesso più assillante del declino meridionale, insieme a quello italiano.

La produttività industriale è il nodo cruciale da sciogliere per porre su basi solide la ripresa economica e avviare un nuovo tipo di sviluppo. Come è stato sottolineato nel volume della Banca Mondiale sulla produttività globale, pubblicato in questi giorni: “Il rallentamento dell’incremento della produttività è preoccupante perché l’aumento della produttività è la fonte primaria di crescita duratura del reddito pro capite”. Questo indicatore dell’efficienza del processo produttivo, secondo nostre elaborazioni, è passato nel Mezzogiorno dal 61,5% della media nazionale nel 1951 all’80,4% nel 1971, per arrivare fino all’86,3% nel 1991, scendendo al livello di quarant’anni prima nel 2011 e ancora più in basso, al 77,9%, nel 2018. Se consideriamo, poi, l’andamento poco brillante della produttività complessiva del sistema italiano, che è stagnante da oltre un ventennio e sempre più lontano da quello dei principali Paesi europei, ne deriva un quadro di estremo ritardo, che rischia di essere aggravato dagli effetti del virus. Il futuro dipende da una radicale opera di trasformazione e di ampliamento dell’apparato produttivo, che può essere realizzata solo con una cospicua e costante attività di investimento, esaltando innovazione digitale e sostenibilità. Questa valutazione, che pone al centro dell’azione di cambiamento l’impresa e il lavoro produttivo, sollecita una riflessione di carattere generale.

I meridionali devono essere i protagonisti di questo processo di sviluppo, lasciandosi alle spalle l’anacronistica attesa di una panacea per i mali profondi del Sud o, peggio, l’atteggiamento rivendicativo di protezione e assistenza, che ha caratterizzato i momenti peggiori della storia del Mezzogiorno. Dopo l’accordo europeo, non ci sono più alibi per le energie nuove di questa parte dell’Italia, che devono dare prova di sé, assumendosi la responsabilità delle sorti dei territori meridionali. Italo Calvino descriveva l’incapacità di superare l’incrocio di due strade, notando che “i cavalli prendono a tirare uno di qua e uno di là; le ruote […]sembrano perpendicolari alla strada, segno che il carro sta fermo. Oppure, se si muove, tanto varrebbe che restasse fermo, come succede a molti davanti ai quali s’aprono gli snodi delle strade più lisce e più veloci […]e sono liberi d’andare dappertutto, e dappertutto è sempre uguale”. Se non vogliamo ripetere la coazione de “Il castello dei destini incrociati”, seguitando a rimanere inerti o a continuare lo stesso cammino al Nord come al Sud, dobbiamo unire gli sforzi e imprimere ai destini intrecciati del Paese la svolta necessaria per andare nella direzione giusta, quella della modernizzazione.

*testo dell’intervento pubblicato sull’edizione del Mattino del 26 luglio 2020

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