di Giorgio La Malfa*
Prima di rivolgersi ai problemi italiani che costituiscono il cuore del suo discorso al Meeting di Comunione e Liberazione, Mario Draghi ha voluto a fare il punto sulle modificazioni che la crisi economica scatenata dalla pandemia ha portato ad alcune regole europee «la cui inadeguatezza era da tempo evidente». Ne aveva scritto in un intervento sul Financial Times del 25 marzo scorso, non appena si era fatta evidente la portata della crisi invocando «un cambiamento di mentalità, come quello che sarebbe necessario in tempo di guerra».
Ora Draghi prende atto sia della decisione di sospendere alcune regole europee in materia di bilancio per consentire ai Governi una maggiore flessibilità, sia della introduzione di misure nuove come il Next Generation EU. Il suo commento è che «da questa crisi l’Europa può uscire rafforzata. L’azione dei governi poggia su un terreno reso solido dalla politica monetaria. Il fondo per la generazione futura (Next Generation EU) arricchisce gli strumenti della politica europea. Il riconoscimento del ruolo che un bilancio europeo può avere nello stabilizzare le nostre economie, l’inizio di emissioni di debito comune, sono importanti e possono diventare il principio di un disegno che porterà a un ministero del Tesoro comunitario la cui funzione nel conferire stabilità all’area dell’euro è stata affermata da tempo».
Questo è dunque il quadro europeo nel quale si colloca l’analisi di Draghi della situazione italiana. In questa parte del suo intervento l’ex Presidente della BCE dà un avallo sostanziale agli interventi di emergenza finora disposti dal governo a favore di quanti hanno subito l’impatto devastante della crisi: «I sussidi che vengono ovunque distribuiti – ha detto – sono una prima forma di vicinanza della società a coloro che sono più colpiti, specialmente a coloro che hanno tante volte provato a reagire. I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire».
Detto questo, però, il discorso di Draghi prende una piega diversa. Diventa un discorso molto preoccupato per le illusioni che il nuovo atteggiamento europeo potrebbe generare nelle classi dirigenti italiane. Si deve evitare l’illusione che tutto sia divenuto lecito: «Il futuro non è in una realtà senza più punti di riferimento, che porterebbe, come è successo in passato, si pensi agli anni Settanta del secolo scorso, a politiche erratiche e certamente meno efficaci, a minor sicurezza interna ed esterna, a maggiore disoccupazione. Ma il futuro è nelle riforme anche profonde dell’esistente. Occorre pensarci subito. Ci deve essere di ispirazione l’esempio di coloro che ricostruirono il mondo, l’Europa, l’Italia dopo la Seconda Guerra mondiale».
Ed ancora: «Proprio perché oggi la politica economica è più pragmatica e i leader che la dirigono possono usare maggiore discrezionalità, occorre essere molto chiari sugli obiettivi che ci poniamo. La ricostruzione di questo quadro in cui gli obiettivi di lungo periodo sono intimamente connessi con quelli di breve è essenziale per ridare certezza a famiglie e imprese, ma sarà inevitabilmente accompagnata da stock di debito destinati a rimanere elevati a lungo. Questo debito, sottoscritto da paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi, ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca ecc., se è cioè «debito buono». La sua sostenibilità verrà meno se invece verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato «debito cattivo».
Dunque l’emergenza giustifica una politica di sussidi, ma ora si tratta di investire nel futuro. «Ai giovani bisogna dare di più: i sussidi finiranno e resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri. La società nel suo complesso non può accettare un mondo senza speranza; ma deve, raccolte tutte le proprie energie e ritrovato un comune sentire, cercare la strada della ricostruzione». L’invito di Draghi è perentorio: «Il ritorno alla crescita, una crescita che rispetti l’ambiente e che non umili la persona, è divenuto un imperativo assoluto: perché le politiche economiche oggi perseguite siano sostenibili, per dare sicurezza di reddito specialmente ai più poveri, per rafforzare una coesione sociale resa fragile dall’esperienza della pandemia e dalle difficoltà che l’uscita dalla recessione comporterà nei mesi a venire, per costruire un futuro di cui le nostre società oggi intravedono i contorni».
Ecco dunque che il discorso di Draghi assume il carattere di un monito. Le frasi rivolte al problema dei giovani e che potrebbero essere ripetute riferendosi al problema del Mezzogiorno, divengono espressione di un allarme per il tempo che passa senza che emergano propositi chiari, degli obiettivi precisi e strumenti per perseguire questi obiettivi. Forse si può sostenere che il Governo non sia ancora in ritardo perché i progetti del Recovery Fund dovranno essere pronti soltanto nel prossimo mese di ottobre. Ma è evidente che non c’è nel Paese il senso che si stia preparando una politica che guardi al futuro.
Draghi, che il Governo dovrebbe utilizzare proprio per dare corpo a questo grande piano di rilancio, in fondo ha resa chiara la propria disponibilità. Sarebbe il caso di utilizzarne le energie.

*Intervento pubblicato sull’edizione del Mattino del 20 agosto 2020

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