Sarà un Mezzogiorno Smart quello che dovrà venire fuori al termine dell’attuazione del Piano per il Sud presentato nei giorni scorsi dal Governo. Connessioni più veloci, efficienza energetica, riduzione dei consumi, infrastrutturazione intelligente. Sono alcuni dei punti salienti del documento che il ministro competente, Giuseppe Provenzano, ha illustrato all’opinione pubblica e al mondo delle imprese. L’obiettivo principale è quello di utilizzare le risorse, 123 miliardi in tutto tra fondi europei non ancora impiegati e altre risorse a bilancio dello Stato. L’altra grande novità è il Reddito Energetico. Il Governo vuole creare un fondo nazionale per finanziare l’acquisto di impianti fotovoltaici e incentivare l’autoconsumo, con effetti immediati che si materializzerebbero in un risparmio dei costi della bolletta energetica. Entro il 2030, inoltre, il Sud dovrebbe diventare una sorta di hub nazionale dell’innovazione. Nel documento si parla di “sostenere la diffusione di ecosistemi dell’innovazione, attraverso la promozione dell’insediamento di startup e l’attrazione di nuove realtà imprenditoriali”. Il presidente di Matching Energies Foundation e del Gruppo Getra, Marco Zigon, più che al Piano in sé guarda all’aspetto relativo alla sua applicazione. Che dipende molto dalla stabilità dell’Esecutivo. “Negli anni scorsi – dichiara – è mancata un’azione organica che consentisse la concreta realizzazione dei provvedimenti posti in campo. E ciò ha impedito il conseguimento dei risultati di lungo periodo necessari a ridurre le criticità strutturali che frenano il nostro territorio. E questo è accaduto perché l’Italia è l’unico Paese dell’Occidente che soffre per il continuo alternarsi al timone dell’esecutivo e la persistenza di un clima di permanente campagna elettorale. Due fattori – aggiunge Zigon – che impediscono di portare a compimento gli interventi di lungo corso sui fondamentali dello sviluppo. Gli obiettivi strategici di fondo dovrebbero, viceversa, essere condivisi da tutti i decisori pubblici, a prescindere dalla appartenenza a una o all’altra area politica”. Un modo per blindare i progetti di utilità generale. “E’ necessario che alla guida del Paese ci sia una classe dirigente con una diversa cultura di governo – commenta ancora il presidente di MEF – vale a dire distinta dalla maturità che permette di assumere le scelte che riguardano il futuro comune. Se vogliamo cambiare passo, occorre che i progetti di valenza generale, in grado di incidere sulla crescita dell’economia e sul benessere dei cittadini, siano tenuti al riparo da ogni cambio del clima politico e del consenso elettorale”. In definitiva, a detta dell’imprenditore napoletano, “senza un salto di qualità nella mentalità di chi si occupa della cosa pubblica, il rischio serio che si corre è che esse siano smontate al prossimo cambio della guardia ben prescindendo dalla loro efficacia”. 
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