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E’ un’azienda americana, conbase a San Francisco. E’ la più odiata dai tassisti italiani. Fornisce infatti un servizio di prenotazione automobilistico che mette in contatto diretto i clienti con i conduttori delle automobili. Un servizio privato che va in conflitto con quello pubblico dei taxi. Presente in decine di città in tutto il mondo, Uber ha fatto molta fatica ad arrivare nelle città italiane. Non solo perché l’utilizzo delle autovetture toglie mercato ai vecchi tassì, ma per il tipo di applicazione mobile sviluppato per la prenotazione delle corse: basta infatti l’invio di un messaggio di testo. E non basta. I clienti possono controllare in presa diretta la posizione dell’auto prenotata. Infine, il servizio è basato anche su autisti non professionisti (Uberpop), cioè sul noleggio da privato a privato. Senza licenza.

 

L’ECONOMIA DEL NOLEGGIO

Siamo in piena sarin economy e Uber è l’esempio più clamoroso. “La premessa – si legge su un articolo de lavoce.info, firmato da Italo Maselli e Marco Giuli – è semplice: gli individui hanno competenze, i clienti cercano servizi abbordabili. La Silicon Valley li mette in contatto permettendo ad asset fisici di essere disaggregati e consumati come servizi. In questo modo, le relazioni capitalistiche si muovono verso un’efficiente struttura peer-to-peer (tra pari)”.
In parole più semplici, l’economia del noleggio nasce dalla rete che diventa da semplice infrastruttura di connessione e scambio di informazioni, diventa un network per lavorare e scambiare prestazioni. Le ricadute di questo cambiamento sono molteplici. Proviamo a riassumerle:

PROBLEMI DI REGOLAMENTAZIONE
Così come sempre capita, il mercato crea innovazioni e le innovazioni producono nuova domanda. Le innvoazion digitali, in particolare, creano nuove abitudini e stili di vita. Le vecchie regole non bastano. La politica interviene solo dopo molto tempo (e molta titubanza) a regolamentare con nuove norme. Come nel caso di Uber, che si sviluppa in un quadro di incertezza normativa, ponendo domande inusuali che lavoce.info pone in evidenza:

1) i business peer-to-peer competono slealmente con i servizi tradizionali grazie al fatto che non pagano le  stesse tasse?

2) quale impatto hanno questi servizi sulla privacy?

3) i lavoratori free-lance della sharing economy sono dei micro-imprenditori o dei lavoratori micro-retribuiti che competono slealmente con altri lavoratori?

La sharing economy quindi offre vecchi servizi in un modo innovativo. Entra a gamba tesa in settori che sono tradizionalmente molto regolati o esenti da concorrenza.
Ma crea anche nuove opportunità occupazionali e favorisce il risparmio energetico. Il suo ruolo nell’economia, quindi, sembra destinato a crescere. Ponendo problemi nuovi alla politica e alla amministrazione delle città che sono il motore dell’economia contemporanea.

Per approfondire:

Ma Uber è vera innovazione

– Che cos’è la sharing economy

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