di LUDOVICA ZIGON

Sono quattro le leve grazie a cui il percorso verso la transizione energetica si può compiere con successo. A cominciare dalla tecnologia indispensabile per ottimizzare il rendimento della produzione di energia
elettrica da fonti rinnovabili. A questa si unisce quella necessaria per trasformare le reti elettriche tradizionali ad assumere l’assetto di smart grid. Terzo elemento: il cambiamento degli stili di vita che indurrà i
consumatori a essere più attenti al risparmio energetico e più attivi nella gestione dell’energia prodotta in autonomia e non utilizzata, che in un futuro non lontano sarà possibile restituire al gestore proprio grazie alla
smartizzazione delle infrastrutture di rete. E c’è infine un’ultima, irrinunciabile condizione, che sta in capo alle altre: la leva di una nuova e più snella configurazione del permitting. Su quest’ultimo aspetto si è soffermato l’Edicola del Sud nell’articolo di Gennaro Del Core del 12 gennaio (leggi qui), che lancia un allarme sulla transizione green. Che rischia di trasformarsi in una corsa ad ostacoli a causa di impedimenti e disservizi posti al suo cammino dagli apparati della
burocrazia. Il punto è cruciale sotto vari aspetti e provo a spiegare il perché. Il passaggio a reti di nuova generazione va di pari passo con la necessità di ridurre le emissioni. Tenere il riscaldamento globale entro una soglia
accettabile Questo obiettivo può essere considerato acquisito in quanto, sia pure con sensibilità e tempistiche diverse, accomuna ormai la gran parte dei Paesi del mondo e la maggioranza della popolazione. La
l’opzione della elettrificazione perseguita con centrali che bruciano fossili dipende propriamente dallo sviluppo delle tecnologie in questo settore. Anzitutto dalla introduzione dei trasformatori PET, che consentono di
gestire la discontinuità della generazione rinnovabile con un evoluto apparato elettronico. E poi dalla capacità di migliorare e potenziare gli apparati di accumulo grazie ai quali restituire energia nelle fasi critiche, anche mediante l’utilizzo dell’idrogeno come vettore. E’ una questione di investimenti e di know how, quindi. Vale a dire di risorse economiche e competenze con cu si sta misurando l’industria del settore. Confortata dalla terza leva accennata, leva già attiva in maniera considerevole e riguardante la voglia di green che è diventato un mood molto diffuso
nell’opinione pubblica, in particolare fra i giovani, ossia i consumatori di domani. Il vero rischio viene dalla quarta leva, cioè il sistema autorizzativo. A lanciare l’allarme è un rapporto di Elettricità Futura, la principale
associazione delle imprese elettriche italiane in un report commenta i dati di uno studio realizzato da Althesys nel 2021. Vi si legge che l’Italia è in ritardo rispetto al target di decarbonizzazione al 2030. Ai ritmi attuali di
realizzazione delle rinnovabili l’obiettivo non sarà colto. E il motivo risiede, tra l’altro, nelle complessità e le durate eccessive dei processi autorizzativi che franano o bloccano numerosi progetti. La stessa indagine
ci dice che un percorso di permitting in Italia la durata media di sette anni, ossia sei anni oltre i limiti della legge. E ancora evidenzia che il 46% dei progetti non viene realizzato. Il sistema è complesso e stratificato,
prevede il coinvolgimento di molteplici istituzioni, risulta farraginoso anche perché manca un soggetto competente, unico e centralizzato, che sia in grado di gestire interamente il procedimento. Un’ulteriore motivo di
rallentamento risiede nei “contenziosi e i numerosi dinieghi non adeguatamente motivati che “impongono una drastica revisione – si legge ancora nel documento di Elettricità Futura – dell’intera permitting chain
per abbattere costi e tempi”. Sono a rischio sono stimati in 100 miliardi di euro al 2030, ed è evidente che il vantaggio di uno snellimento di permitting e policy non può considerarsi secondario in uno scenario di
fonti rinnovabili al 70% entro il 2030. La configurazione attuale vede quali passaggi obbligati i punti di un iter
che occupa la maggior parte del tempo della procedura: valutazione preliminare; verifica di assoggettabilità; PUA (Provvedimento unico ambientale); PAUR (Provvedimento autorizzatorio unico regionale, che da
solo ha tempi tra i 235 e i 385 giorni) e le concessioni per gli impianti offshore. Sono convinta che una maggiore efficienza e una significativa accelerazione potrebbe discendere da una compiuta digitalizzazione e
dalla disponibilità di maggiori competenze e risorse umane. Non a caso nel PNRR figura, tra le cosiddette riforme “orizzontali” da portare a termine per l’attivazione dei finanziamenti al nostro Paese, quella della
Pubblica amministrazione. E’ un campo in cui il ricambio generazionale nell’ultimo decennio è stato lento e parziale, mentre nel contempo l’insieme di norme e procedure da gestire è divenuto più articolato e
complesso, stratificandosi in modo conflittuale. Per non inficiare il benefico influsso del PNNR e stimolare la crescita degli investimenti pubblici e privati, la riforma punta esattamente nella direzione auspicata: semplificare le procedure di carattere organizzativo, per fornire beni e servizi pubblici adeguati alle esigenze di cittadini e
imprese.

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