Le Zone economiche speciali sono chiave di volta per integrare le aree industriali con gli scali, una sinergia che potrebbe davvero rilanciare la portualità del Mezzogiorno. Ne è convinto il direttore di Srm Massimo Deandreis, centro studi collegato a Intesa Sanpaolo, che ne parla in un’ampia riflessione affidata al Sole 24 ore del 18 novembre. Il modello vincente che potrebbe trainare lo sviluppo del Sud verso un balzo in avanti nel recupero del divario economico è fatto dal combinato di zone industriali e insediamenti produttivi integrati con i porti di riferimento, purché questi siano dotati di servizi di logistica evoluta e intermodalità ferroviaria. “Se poi si riesce a inserire anche incubatori di impresa e parchi tecnologici – aggiunge Deandreis – il porto si può trasformare in un potente generatore di sviluppo”, come è dimostrato da modelli come Rotterdam, Amburgo e Anversa, nonché alcuni porti del Sud Mediterraneo, come Tanger Med in Marocco. Ma restando sulla Riva Sud del Mediterraneo, anche l’Egitto sta facendo la sua parte, lavorando a una free zone “complessa”, collegata l’espansione del canale di Suez. Complessa prchp, anche in questo caso, basata sulla articolazione tra aree industriali e aree portuali e logistiche.

Il Governo qui sta lavorando bene, concependo un provvedimento sulle Zes che pone “il porto al centro” del processo di sviluppo, in cui gli incentivi fiscali, doganali e gli snellimenti burocratici sono il punto di partenza (e non di arrivo) per avere finalmente scali che soddisfino la proiezione internazionale dell’economia locale e nazionale. “Ora – spiega Deandreis – la palla è in mano ai soggetti locali, Autorità portuali, Regioni, imprese che devono preparare i rispettivi piani strategici delle Zes da sottoporre al Governo per dare seguito operativo all’impianto legislativo”.

 

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