Carlo Cottarelli non ha bisogno di presentazioni. Dal 1988 al 2013 ha lavorato al Fondo monetario internazionale, nel 2014 è stato commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica italiana. Dopo il ritorno al Fondo monetario come direttore esecutivo, oggi è direttore del nuovo Osservatorio conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano e Visiting Professor All’Università Bocconi. E’ uno degli opinionisti più accreditati in Italia. Giovedì 22 novembre ha presentato nel salone di Confindustria Caserta il suo ultimo libro, “I sette vizi capitali dell’economia italiana” (Feltrinelli), incontro condotto dal giornalista Rai Salvatore Biazzo.

Il dibattito parte dall’assunto che economia italiana è cresciuta poco negli ultimi venti anni. Ed anche quando ha preso a crescere, non lo ha fatto in misura sufficiente a recuperare posizioni nella classifica della competitività internazionale. Vero che “ha accelerato un po’ nel 2017 – spiega Cottarelli – ma hanno accelerato anche tutti gli altri Paesi. Se fosse una corsa ciclistica – aggiunge con una efficace metafora l’economista -, sarebbe come rallegrarsi di andare più veloci senza accorgersi di avere iniziato un tratto in discesa. In realtà, anche in discesa il distacco dal gruppo sta aumentando”.

Perché l’economia italiana non riesce a recuperare? Risposta: perché sul sistema Italia pesano come un macigno “sette vizi capitali”. Essi frenano la nostra competitività e bloccano lo sviluppo del Mezzogiorno.

Eccoli:

  1. Evasione fiscale
  2. Corruzione
  3. Eccesso di burocrazia
  4. Lentezza della giustizia
  5. Crollo demografico
  6. Divario tra Nord e Sud
  7. Difficoltà a convivere con l’euro

Ma il messaggio che lancia il libro non è di segno pessimista. E’ vero, i segnali positivi sono ancora parziali è moltissimo resta da fare, tuttavia il volume chiarisce un aspetto importante: la precarietà che impedisce la nostra ripresa non è legata a un destino che siamo costretti a subire, perché “correggere gli errori e smettere di peccare è ancora possibile”.

Avere un divario considerevole tra le economie di Nord e Sud è quindi uno dei nervi ancora scoperti a 150 anni dalla Unificazione: uno dei peccati che continuiamo a commettere.

Dopo gli anni del miracolo economico, nei quali la forbice tra le due aree del Paese si è sensibilmente ridotta, gli anni dell’ultima crisi dopo il 2008 hanno nuovamente approfondito il gap. “Il prodotto pro capite al Sud – rileva Cottarelli – è oggi circa il 56-57 per cento di quello del Centro-Nord, mente il consumo pro capite del Sud è circa il 66-67 per cento di quello del Nord”. Dal momento che non è pensabile di accelerare lo sviluppo meridionale attraverso nuovi trasferimenti, quali sono le possibili soluzioni alternative?

Cottarelli chiarisce anzitutto che la ricetta della Svimez (aumentare la composizione della spesa pubblica al Sud puntando su maggiori investimenti) non è applicabile per due motivi: 1) perché la stessa spesa è stata ridotta in tutta Italia per contenere il deficit pubblico; 2) perché la scarsa efficienza (se non peggio) della amministrazione pubblica renderebbe tali investimenti poco efficaci.

Ci sarebbero però altre strade da preferire:

  1. rendere il Mezzogiorno più attrattivo per gli investimenti privati, non tanto con le agevolazioni fiscali, ma aumentando la produttività lasciano spazio alla contrattazione aziendale.
  2. impegnarsi all’efficientamento della pubblica amministrazione per migliorare i servizi forniti senza aumentare i costi che sono già elevati
  3. migliorare il capitale sociale e umano del Mezzogiorno, a partire dalla debolezza del sistema educativo: “occorre investire nelle persone – scrive Cottarelli – soprattutto rafforzando la pubblica istruzione, togliendo i ragazzi dalle strade… E “costruendo un pezzo alla volta una nuova coscienza civile…”

 

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