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L’Italia è una delle pochissime nazioni al mondo che, pur avendo completato un processo di riunificazione politica, presenta tuttora un profondo divario economico tra due le aree interne del Paese. Da oltre venti anni il Mezzogiorno è uscito dalle agende di governo e parlamento. E ciò non fa che alimentare il declino italiano.
E’ il focus dell’ultimo libro di Adriano Giannola, presidente della Svimez: “Sud d’Italia. Una risorsa per la ripresa”.

– IN DECLINO SENZA IL SUD
Il problema della crescita italiana si intreccia più che mai con il tema dello sviluppo del Mezzogiorno. Un problema cruciale per l’Italia, che rischia di rimanere diviso e fragile dinanzi alle sfide dei mercati globali, uno scenario su cui sembra destinato a un ruolo di secondo piano.

Ridurre il divario, quindi, non è solo un imperativo categorico connesso al dovere di riequilibrare aree forti e aree deboli del Paese. Non è solo un obbligo sancito dalla Carta costituzionale da rispettare. E’ una necessità insita nel ruolo di protagonista che l’Italia deve tornare ad assumere come una delle potenze industriali del mondo, trainante per la crescita economica e culturale europea.

E’ questo l’assunto principale del volume che il presidente della Svimez (associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) Adriano Giannola, docente di economia bancaria all’Università di Napoli Federico II e già presidente dell’Istituto Banco di Napoli-Fondazione, ha affidato a un agile volumetto intitolato “Sud d’Italia. Una risorsa per la ripresa”.

Utilissimo a fare il punto sul ruolo del meridionalismo e del neomeridionalismo nel tentativo “di mettere finalmente in sintonia Stato e Nazione”, la realtà della unificazione politica con la necessità di una unificazione economica.

– GLI ANNI DELLA SOLITUDINE
Un excursus di cui non sempre conserviamo memoria, perché il tema meridionalistico viene da oltre venticinque anni di disconoscimento – se non di vera e propria negazione – da parte dell’establishment intellettuale e del sistema che forma l’opinione corrente. Quindi, un tema da riscoprire e porre al centro del dibattito e dell’agenda politica, in quanto all’abbandono di un’area grande quanto un terzo del Paese corrisponde il declino dell’Italia come nazione in grado di giocare un ruolo decisivo nei futuri assetti geopolitici ed economici.

La ricostruzione di venti e più anni di solitudine, dunque, è condotta da Giannola con un incalzante esposizione, non priva di severi accenti e spunti polemici per il tempo perduto, tra cattedrali nel deserto e le chimere dei distretti industriali e del federalismo fiscale, non privi di “aspetti tossici” nel determinare sia venti anni di declino che gli ultimi sette di crisi.

Il libro non si ferma all’esame di fenomeni attuali della disoccupazione, della nuova emigrazione e dell’esodo del capitale umano o le ragioni che rendono difficile al Sud la concretizzazione delle politiche di convergenza.

Lancia invece uno sguardo al futuro, e parla di quattro fattori di sviluppo potenziale: energia, logistica a valore aggiunto, città e territori. E una seria strategia industriale. Concludendo con una domanda schiettamente retorica: il meridionalismo è morto?

La risposta è nelle cose. Le ribellioni individuali degli “eroi che non ci stanno”, così come gli esempi eccellenti di imprese che, in condizioni di contesto molto critiche, sono comunque capaci di esportare… Tutto ciò non basta.

Perché se viene lasciato il Sud a se stesso, cioè a un auspicato equilibrio naturale, i casi individuali di successo e gli esempi virtuosi non sono in grado di sviluppare la necessaria “pressione sistemica” per cambiare le sorti di un Mezzogiorno “intrappolato in un equilibrio di arretratezza non a causa dell’incapacità ma delle scelte consapevoli della sua classe dirigente dettate dalla convenienza a estrarre un beneficio certo dalla conservazione dell’esistente”.

Non si arriva cosi, afferma Giannola, al “fatidico punto di svolta”, raggiunto il quale si determinano condizioni autopropulse di sviluppo.

– I CONCETTI IN EVIDENZA
La cosiddettà ‘austerità espansiva’, invece di aiutare a risanare le finanze pubbliche, ha duramente colpito l’economia delle regioni meridionali; il crollo del mercato interno, di conseguenza, ha trascinato con sé le aree forti del Paese a dispetto delle loro positive performance sui mercati mondiali (p. 7)

Nell’intento di mettere ‘i conti in ordine’ abbiano attraversato il deserto dell’austerità. Ammesso di aver conseguito la sostenibilità, sembra chiaro che essa offre solo la prospettica di un’austera recessione (p.9)

Troviamo moltissime ricette…. Tutte parlano di riforme (“le cornici”), nessuna entra nel merito di cosa fare per intervenire sulla struttura di questa Italia “il quadro”). (p. 10)

Venti anni fa, Augusto Graziani diceva “le classi dirigenti traggono il loro potere dalla struttura dipendente dell’economia meridionale, e non possono avere alcuni interesse diretto a vederne capovolti i tratti fondamentali” (p. 94)

Continuare a “narrare” senza “voler leggere” l’emergenza del Sud come dramma tutto italiano significa ignorare la radice ed il senso persistente del dualismo e, con ciò, somministrare pozioni letali al Sistema Italia (p. 95)

Vanno rotti gli steccati che, spaccando il Paese, relegano – ed illudono – da anni 20 milioni di cittadini nella riserva dei fondi strutturali con i quali si predica m non si fa né coesione né convergenza; essi tolgono invece di aggiungere, perpetuano contraddizioni delle quali non si osa parlare (p. 96)

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