Per tornare a crescere serve più coraggio. E’ questo l’assunto di un intervento di Giorgio La Malfa pubblicato sul Mattino del 9 agosto 2018. Una interessante riflessione sugli effetti sulla crescita italiana del percorso di azzeramento del Quantitative Leasing della Bce entro il prossimo dicembre.

Mi sembra che si possa dire, alla luce di una serie di dichiarazioni e di interviste recenti, fra cui quella di ieri sul Sole 240re, che il ministro dell’Economia abbia ormai scelto una strada e ad essa intenda attenersi sulle grandi cifre del bilancio dello Stato.

Sostanzialmente il professor Tria sembra voler dare il senso ai mercati ed alle istituzioni europee che il Governo Conte non si discosterà, nelle grandi cifre contabili, dalla linea di condotta del suo predecessore Padoan limitandosi soltanto a modificarne in parte i contenuti. Come i lettori ricordano, l’impostazione di Padoan era stata di ricavare, nell’ambito di un’adesione sostanziale ai programmi di riduzione del deficit pubblico richiesti da Bruxelles all’Italia, dei margini finanziari di qualche consistenza sia per evitare gli aumenti dell’Iva, sia per dare qualche sostegno economico alla ripresa. I risultati di queste politiche sono stati modesti sul piano della ripresa economica e insussistenti per quanto riguarda la riduzione del peso del debito pubblico. Ma l’Italia ha evitato momenti di tensione finanziaria sui mercati.

Il ministro dell’Economia, nelle sue dichiarazioni, sembra non discostarsi da questa linea: egli ha dichiarato che perseguirà i programmi di riduzione del deficit convenuti con Bruxelles e che ricercherà nel bilancio e negli accordi con le istituzioni europee dei margini per impedire, come aveva fatto il predecessore, gli aumenti dell’Iva e per finanziare una qualche intensificazione degli investimenti pubblici ed anche per segnalare che le due proposte di politica economica dei partners del Governo la riduzione fiscale e il reddito di cittadinanza-pur non venendo perseguite in misura sostanziale, saranno almeno simbolicamente presenti nelle prospettive di medio tempo del Governo. Può darsi – e dall’esterno delle stanze del Governo non lo si può sapere – che i dati sui movimenti di capitale, sugli orientamenti dei grandi investitori internazionali e sull’evoluzione dei fabbisogni di finanza pubblica non lascino all’attuale ministro dell’Economia altra scelta. E tuttavia l’impressione è che questa politica sia basata su un’illusione e cioè che questa specie di continuità sia sufficiente ad assicurare un percorso privo di incidenti. Ci si può augurare che sia così, ma non si possono non segnalare al ministro alcune differenze rispetto alla situazione precedente che accentuano i rischi e le nubi sul futuro. Tre in particolare. Negli anni passati il ministro Padoan ha avuto il beneficio di agire sotto la protezione del programma di Quantitative Easing della Banca Centrale Europea che assicurava una consistente domanda di titoli del debito pubblico italiano da parte del Sistema delle Banche Centrali. Questo riduceva però di tanto la necessità di ricorrere ai mercati.

Attualmente il Quantitative Easing è dimezzato rispetto agli inizi e cesserà del tutto (salvo il riacquisto dei titoli in scadenza) a fine anno. Gli stessi fabbisogni potrebbero dare luogo a situazioni in cui il loro collocamento richiederà tassi di interesse più consistenti.

In secondo luogo, i programmi delle due forze di Governo ponevano e pongono richieste finanziarie molto più consistenti di quelle dei Governi precedenti, con il rischio che il rumore di fondo dell’insoddisfazione verso il ministro dell’Economia che è un tratto inevitabile di situazioni come quelle che l’Italia vive da molti anni sia assai più percepibile dai mercati. Infine va detto che c’è nel Paese un’opposizione molto aspra contro la coalizione che si è formata dopo le elezioni. Lo scontro politico è sempre stato molto forte in Italia, ma Padoan non ha mai dovuto fronteggiare editoriali come quelli di due noti economisti conservatori che nel preconizzare difficoltà future sui mercati in qualche modo le alimentano. Ma il problema è più ampio. Il fatto è che manca del tutto un quadro di riferimento complessivo dell’azione del Governo. Un quadro di questo genere dovrebbe o forse avrebbe già dovuto essere posto alla base della definizione delle grandezze della finanza pubblica. Non si sa a quale tasso di sviluppo dell’economia italiana punti il Governo Conte, con quali strumenti e come questi obiettivi si colleghino agli impegni dell’Europa. Continua cioè una specie di navigazione giorno per giorno che è stata il leit-motif dei governi degli ultimi anni e di cui la crescita insoddisfacente dell’economia italiana è stata la conseguenza. Perché crescono più di noi tutti i paesi dell’area dell’euro? Quali sono le politiche che l’Italia dovrebbe “imitare”? Quali le nostre soluzioni? La scelta della continuità è la scelta di un andamento mediocre dell’economia italiana. In un mare che rischia di farsi turbolento, è troppo poco per essere tranquilli.

Condividi su